"In tutta la scultura, riflette il mio amico Brook, ci sono almeno due materie: quella della scultura e la luce. Queste due materie si qualificano reciprocamente come forma. Dunque fare scultura è fare una forma che dia forma allo spazio. La materia di cui ora si serve è una plastica trasparente, che sembra fatta apposta per appropriarsi della luce e condensare lo spazio infinito nella geometria dei propri piani e volumi. Ogni ulteriore, eventuale determinazione formale si produrrà dentro il blocco geometrico in cui spazio e forma sono una cosa sola. Allora è possibile, anzi frequente l'intervento di altre materie e altre forme, che fin da principio si qualificano come interne: come il congegno nella cassa dell'orologio. Il paragone non è casuale, l'idea fissa di Brook mi pare quella dell'orologio spaziale, di un'immaginaria clessidra, che filtri spazio anziché tempo. Molto spesso questo congegni plastici hanno una loro virtualità di movimento, non meccanico, tuttavia, ma naturale, regolato da normalissime leggi d'equilibrio, come quella del pendolo, della leva, della bilancia. Dietro quest'idea, che non è affatto bizzarra, ce n'è un'altra più profonda: quella del microcosmo, del movimento universale riprodotto nel chiuso di una provetta trasparente. La finalità della ricerca plastica, per lui, non è altro che questo riprodurre o addirittura imprigionare nei confini trasparenti di uno strano, inquietante e tuttavia nitidissimo oggetto un frammento dello spazio universale, un impercettibile movimento o trasalimento del cosmo. La sua modernissima, ineccepibile tecnologia è soltanto uno strumento, come i sestanti che gli antici usavano per le misure celesti: in realtà la sua intenta contemplazione del cosmo, il suo furtivo appropriarsi di frammenti di spazio cosmico rivelano ancora l'attitudine del primitivo. Ma forse la morale, se ne ha una, del suo discorso è appunto questa, che con tutta la presente e futura tecnologia, con tutto l'orgoglio della sua scienza, davanti all'infinito moto del cosmo l'uomo sarà sempre nella condizione del primitivo."

Giulio Carlo Argan, 1972